SMART WORKING

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Per smart working si intende quel lavoro che non viene svolto in ufficio, ma da casa o da altre postazioni non collocate presso la sede aziendale.

Nell’unione europea il 5% dei lavoratori ricorre a questa pratica lavorativa; la punta massima viene raggiunta , come accade anche con il Par-Time, in Olanda dove la percentuale sale al 14,7% per gli uomini e al 12,6 per per le donne.

L’Italia come sempre è collocata nella parte più bassa della classifica; l’atteggiamento culturale contrario allo smart working, nasce dall’errata convinzione che esso sia meno produttivo del lavoro d’ufficio; questa tesi è stata sconfessata ampiamente da recenti studi in materia.

Nonostante dal 2017 esista una legge (81/2017) che regolamenta la materia fissando agevolazioni fiscali che ne incentivino l’applicazione le percentuali si fermano al 3,6% per gli uomini e al 3,3% per le donne.

Secondo un’indagine condotta dal politecnico di Milano, soltanto il 36% delle aziende interpellate ha dato vita ad iniziative tendenti all’applicazione dello Smart Working, mentre un ulteriore 10% prevede di farne ricorso. Circa il 50% delle aziende che hanno applicato il lavoro remoto lo hanno fissato per 4 giorni al mese.

La richiesta di accesso agli sgravi contributivi è stata effettuata da solo 114 aziende, quindi il budget di 55 milioni fissato dallo Stato non è stato neppure raggiunto. L’interesse per il lavoro agile è, certamente crescente, sia per i lavoratori che per le aziende anche se per un buon 50% di esse non viene ritenuto applicabile alla propria struttura. In realtà alcuni studi confermano che l’applicazione di un sano modello di smart working comporta un aumento di produttività di circa il 15%, che tradotto in termini economici rappresenta un incremento di 13 miliardi di euro su scala nazionale.

Tale forma di flessibilità, inoltre, oltre che ingenerare evidenti vantaggi produttivi per le aziende, suscita nei lavoratori una maggior soddisfazione per il proprio lavoro e migliori, e più positive, relazioni interpersonali sia con colleghi che con superiori.

Non rimane da augurarsi, quindi, che i circa trecentomila lavoratori coinvolti nelle varie forme di flessibilità possano, in tempi brevi, crescere di numero, portando così l’Italia ai livelli dei paesi nordeuropei.

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