Il lavoro e l’avidità

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Lavóro – a. In senso lato, qualsiasi esplicazione di energia (umana, animale, meccanica) volta a un fine determinato: il lavoro dell’uomo, dei buoi, di un cavallo, di una macchina, del computer; lavoro muscolare, quello compiuto dai muscoli dell’organismo umano e animale nell’esplicazione delle funzioni loro proprie. b. Più comunemente, l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale: il lavoro manuale, il lavoro intellettuale; l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. (art. I della Costituzione) (voc. Treccani)

Avidità – L’essere o mostrarsi avido, desiderio intenso e smodato: la sua avidità di denaro è insaziabile; avidità di guadagno, di cibo; mangiare, guardare con avidità. Talora anche con senso attenuato e positivo: avidità di gloria; avidità d’imparare. (voc. Treccani)

In qualsiasi trasmissione televisiva o radiofonica sento, da anni, anzi da decenni, sempre le stesse cose, quelle che sentiamo tutti e che avviliscono tutti. Sento difendere sempre le stesse posizioni, sempre gli stessi privilegi, sento millantare progetti e azioni per il sostegno al lavoro, per la riduzione della pressione fiscale, per le agevolazioni per chi assume, sento parlare di scarsa produttività, che in Italia si lavora troppo poco…

Sento lamentare la mancanza di sostegno alle famiglie, alle madri che devono continuare a lavorare (ma questo è un altro capitolo), che gli asili nido costano troppo, che causa della situazione attuale è fortemente dovuta ai lavori precari, ma poco finora ho visto attuato per cambiare direzione.

Eppure… non voglio nemmeno pensare a dove effettivamente finiscano tutte le risorse che vengono pagate con le tasse, tutte le entrate del gioco d’azzardo, legale e statale, tutte le accise che paghiamo per eventi che hanno quasi un secolo di vita, e decine e decine di altre entrate che i cittadini versano allo Stato.

Credo che ci sia un legame strettissimo tra pubblico e privato, e che questo legame sia tenuto stretto dal lavoro e dal concetto di avidità. Ad un certo punto della storia del nostro Paese, l’impresa privata ha iniziato ad allontanarsi sempre di più dal tessuto sociale nel quale è cresciuta e si è arricchita, per rivolgere le proprie forze al maggior guadagno, riducendo sempre di più la propria azione di re-investimento sociale.

L’articolo 41 della Costituzione della Repubblica recita:

“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

In questa breve frase sono espressi concetti importantissimi, ormai spesso disattesi.

L’iniziativa economica privata è libera”: e questo continua ad essere così, nonostante le mille difficoltà che una persona, magari giovane e con tante belle idee ed entusiasmo, trova nel voler aprire e mantenere operativa una propria impresa.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”: punto assolutamente disatteso quando l’unico obiettivo dell’impresa privata è il proprio utile, senza ritorno nell’ambito sociale, senza attenzioni nei confronti delle lavoratrici madri e dei loro figli, senza uguale riconoscimento della dignità del lavoro della donna e dell’uomo (a tal proposito ricordo l’Art. 37 della Costituzione che recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”).

o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”: altro punto spesso disatteso, nell’ambito della sicurezza ogni giorno si hanno notizie di infortuni gravi e anche mortali ai lavoratori, infortuni spesso causati dall’eccesso di sensazione di sicurezza dei lavoratori stessi, ma anche da negligenza del datore di lavoro, che ritiene sia spreco di tempo e denaro l’adempimento delle basilari norme di sicurezza in ambito lavorativo. Per quanto riguarda la dignità… non vedo dignità nel lavorare a pochi euro all’ora, con l’alternativa di sentirsi invitare alla porta perché “tanto di morti di fame come te ne trovo altri mille”, o con un braccialetto elettronico che monitori orari e spostamenti anche fuori dall’orario di lavoro. E ancora meno ne vedo nel lavorare durante i giorni festivi. Allora che tutti lavorino nei giorni festivi, comprese banche e uffici pubblici e privati.

Avido è chi attua azioni esclusivamente per il proprio tornaconto, che siano anche lecite ma non eticamente sostenibili, e che in nome di questa liceità si rifiuti di rendere il maltolto.

Quindi mi sono chiesta: e se venisse istituito il reato di avidità? Certo, sarebbe molto difficile delinearne i contorni, definire cosa sia lecito e cosa invece rientri già nell’ambito dell’avidità, però se tutti fossimo un po’ meno avidi… a volte è solo un peccato veniale, ma spesso l’avidità rovina le persone, e anche la società.

C. S.

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